Il patto di James

Una sera di pioggia, James passò molto tempo a scrivere sul suo quadernetto. Era sua abitudine inventare storie, e quella sera si sentì talmente immerso, che avrebbe voluto saltare la cena. Mi piaceva vedere come la scrittura lo coinvolgesse, perché così riusciva a dimenticare tutti i problemi che ben presto avrebbe dovuto affrontare. La scrittura gli permetteva di sognare di vivere una vita più uguale agli altri. Una vita in cui non avrebbe avuto bisogno di aiuto per qualsiasi cosa lui volesse fare.

“È pronta la cena, James.” Disse sua madre aprendo con calma la porta della sua stanza. James poggiò la penna e chiuse il suo quadernetto blu, prima di indietreggiare con la sua sedia a rotelle elettrica. Si soffermò a guardare gli occhi color nocciola di sua madre. Riuscivo a percepire il suo dispiacere nel dover mollare i suoi sogni, per affrontare la realtà. Negli ultimi mesi infatti, aveva iniziato a isolarsi con la scrittura, cosa che a sua madre però metteva agitazione. Lei avrebbe senz’altro preferito che vivesse il più possibile stando con gli altri, ma alla fine sapeva anche che la felicità di suo figlio veniva prima di tutto. Perciò se la scrittura era ciò che lo rendeva felice, lo avrebbe appoggiato senza limiti. Così lei, con un sorriso, accarezzò con dolcezza quella guancia morbida, prima di lasciare la scrivania dove lui teneva l’indispensabile per l’università. Passarono di fianco al letto rifatto, per finire con spegnere la luce sopra lo sgabello dove James teneva i vestiti del giorno dopo. Sua madre accostò infine la porta e, anche l’ultimo barlume di luce che illuminava il grande armadio dei vestiti, si spense.

Il padre di James li attendeva in cucina, mentre con il mestolo serviva il piatto preferito di suo figlio: spaghetti alla carbonara. La madre, una volta raggiunta la cucina, prese i piatti già pronti e li appoggiò sul tavolo apparecchiato. James prese posto e aspettò che i genitori si sedessero vicino a lui, prima di cominciare a mangiare. Bloccò la sedia a rotelle, in modo da non farla spostare accidentalmente mentre mangiava.

“Come sta Karl?” Chiese sua madre, curiosa del nuovo compagno di classe. Karl era un tipetto sveglio, che era da poco entrato all’università. Sin da subito aveva trovato una bella intesa con James, tanto che veniva spesso a trovarlo per studiare. Una caratteristica che adoravo di James era il coraggio di affrontare le varie sfide scegliendo le strade più ardue. Questo, gli avrebbe permesso un giorno forse, di affrontare la realtà irreversibile della sua malattia. Ci speravo, almeno.

“Sta bene, domani viene qui per studiare.” Rispose James, iniziando a mangiare. In realtà lui, aveva iniziato a notare qualcosa di diverso in Karl. Non riusciva a spiegarsi bene cosa fosse, perciò preferì omettere quest’informazione, per evitare ulteriori preoccupazioni ai suoi genitori.

“Allora domani preparo la pizza!” Disse la mamma entusiasta. Ogni volta che si parlava di Karl, o che sapeva avrebbe passato la serata con loro, le si illuminavano gli occhi. Vedeva come si prendeva comunque cura di suo figlio e di quanto James fosse sereno in sua presenta, e ciò la tranquillizzava.

Finito di mangiare, tornò nella sua stanza, ma prima di continuare a scrivere, si mise a riguardare altri racconti che aveva creato. Lo vedevo deciso a scoprire cosa lo agitasse tanto ultimamente e con stupore notò che il protagonista di ogni sua storia possedeva le stesse qualità di Karl. In particolar modo fu sconvolgente rileggere la descrizione accurata di queste qualità, perché rendevano Karl un ragazzo d’oro. Era un gesto nobile valorizzare le qualità di un amico, ma James capì che per lui significava di più. Nonostante non scrivesse nulla, le sue mani e il suo respiro affannoso rivelarono ciò che iniziò a provare. Diventò difficile tutto d’un tratto anche solo sperare di avere una conversazione serena con il suo compagno di studi, senza sentirsi a disagio per i suoi nuovi sentimenti. Una lacrima gli scese lungo il viso e lì notai la colpa che lo affliggeva. Rivelando i suoi sentimenti avrebbe rovinato l’amicizia che si era formata tra i due. Perciò decise di fare un patto con sé stesso: scrivere una storia su di sé in cui avrebbe rivelato a Karl i suoi veri sentimenti a patto che nessun’altro lo avrebbe mai saputo.

Afferrò dunque la penna che usava per scrivere, prese un nuovo quadernetto dalla pila dei quaderni nuovi e cominciò a far viaggiare la fantasia. Solo quei fogli avrebbero saputo la verità, perciò si sentì libero di scrivere quanto più desiderava davvero. Era la prima volta che si trovò a scrivere dei suoi sentimenti, e si rese conto di quanto fosse facile, poiché la mano sembrava solo uno strumento. Nessun particolare da inventare, volti nuovi da descrivere; soltanto la verità dei suoi sentimenti.

Erano passate tre ore e sapeva che sua madre sarebbe entrata in camera per aiutarlo ad andare a dormire, così si affrettò a chiudere il libro e a nasconderlo in un cassetto della scrivania, sotterrato da altre cose. Attese che i suoi genitori lo aiutassero, poi si lasciò cullare tra le braccia di Morfeo.

Il giorno seguente, James passò l’intera mattinata agitato per l’incontro con Karl. Aveva continuato a scrivere, ma nel momento in cui la storia stava iniziando a farsi intrigante, James dovette fermarsi un attimo per mancanza di fiato. Appoggiò la penna e cercò di inspirare, mantenendo la calma. Il medico gliene aveva parlato nelle ultime sedute, perciò anche se spaventato, era preparato a questo tipo di avvenimento. Sapeva anche, che se fosse capitato frequentemente, avrebbe dovuto farsi ricoverare in ospedale.

Il campanello suonò e si sentì in lontananza la mamma salutare Karl. James fece appena in tempo a chiudere il quaderno, che si sentì la testa girare.

“Ciao James.” Disse Karl, bussando dapprima sulla porta chiusa della sua camera, per poi aprirla piano. James faticò a voltarsi, ma riuscì a chiedere aiuto. Vedendo il ragazzo in difficoltà, Karl chiamò i genitori di James. Decisero che era meglio portarlo in ospedale, così, mentre il papà organizzava la macchina, la mamma fece un borsone dove mettere dentro alcuni vestiti per James. Karl si sentì in dovere di aiutarli, e pensò di prendere il quaderno sul quale il suo compagno stava scrivendo, nel caso in cui in ospedale gli sarebbe venuta voglia di scrivere. In breve tempo tutto l’occorrente fu preparato, così caricarono in macchina James e partirono. Non si era ancora accorto Karl, di aver preso il segreto di James, ma la sua espressione nel vederlo in difficoltà la diceva lunga sui suoi sentimenti. Ne era molto affezionato, pur sapendo come sarebbe andata a finire con la sua malattia terminale. Iniziai a percepire che forse Karl stava realizzando quanto tempo gli sarebbe mancato, e ciò lo fece trasalire.

Giunsero in ospedale, e i medici lo portarono via d’urgenza, facendo attendere i genitori e il compagno di classe in sala d’aspetto. Mentre la mamma abbracciò il marito, Karl tirò fuori dalla sua borsa il quaderno di James, pensando di volersi sentire più vicino a lui. Quando cominciò a leggere, delle lacrime invasero il suo viso, commosso da quella confessione che stava leggendo. A Karl non importava dei sentimenti che il suo compagno di scuola provava, per lui sarebbe sempre rimasto il suo più caro amico.

Quando i medici entrarono in sala operatoria, James privo di coscienza, dovuto dalla difficoltà respiratoria, si perse in un universo parallelo.

Riuscivo a vederlo, mentre si dimenava nel suo incubo, terrorizzato da quanto gli stesse capitando. Mi avvicinai in forma animale, camminando a quattro zampe. Circondati dall’oscurità, riuscì a farmi notare. Dapprima si soffermò ad osservare la mia criniera, poi i suoi occhi si posarono sui miei. Avanzai ancora un po’, per poi sedermi di fronte a lui a pochi metri. James smise di piangere e in quel momento la sua anima si calmò. Il terreno sotto i nostri piedi iniziò a farsi più nitido. Ora non ci trovavamo più in mezzo al nulla, ma in un grande prato verde si stava formando tutto in torno a noi. Una leggera brezza fece muovere il mio pelo e mi fu istintivo emettere un ruggito. Il ruggito del coraggio, per fargli sentire che dopo la vita, la sua anima sarebbe stata bene comunque. La sua espressione mutò, come quando decideva di affrontare sfide difficili. Prese coraggio e si alzò dalla sedia con facilità. Riusciva a ricordare la sensazione che si provava nel camminare. Rammentò il momento in cui a cinque anni non riusciva a salire le scale, o quando nel corso degli anni, ci fu una progressiva degenerazione dei muscoli. Ripensò al momento in cui il medico gli parlò della sedia a rotelle, di quanto non ne volesse sentire parlare, poiché non voleva accettare il fatto di essere malato. Poi ripensò a quanto importante fosse stata comunque la sua vita, e a quanto amore aveva ricevuto dai suoi genitori. Soprattutto al fatto che, nonostante fosse tanto giovane, avesse avuto la possibilità di provare amore per qualcuno. Non importava se quel qualcuno fosse un ragazzo, era felice di aver trovato la luce in fondo all’oscurità.

La mia mente vide i medici che tentarono di effettuare la tracheotomia per liberare le vie respiratorie, ma la situazione iniziò a farsi critica. Così decisi di alzarmi, voltai le spalle a James e iniziai a correre via da quel luogo, per ritornare alla mia vera forma. Sperai di essere seguito, perché sentivo che a breve quell’universo parallelo non ci sarebbe più stato. Se non si decideva ad andare via, sarebbe scomparso nel nulla e io non avrei più potuto vegliare su di lui. James chiuse un attimo i suoi occhi e pronunciò delle parole. Per un momento lui riuscì a connettersi con i suoi cari.

“Ora non ho più paura.” Disse il ragazzo con voce calma, prima di riaprire gli occhi e iniziare a correre verso di me. Mentre il giovane ragazzo andava verso il nuovo cammino, quello vecchio iniziò a sgretolarsi. Si guardò indietro un’ultima volta, per vedere con i propri occhi i genitori abbracciarsi mentre parlavano con i medici che avevano cercato di salvarlo. Vide anche che il suo caro amico strinse il quadernetto, piangendo per la perdita. Non avrebbe mai dimenticato quei volti, avrebbe sempre vegliato su di loro, qualunque fosse stata la sua sorte.

James vide la distruzione di quel mondo avvenire con rapidità, così si voltò in avanti e decise di aumentare il ritmo, prima di fare il salto che lo avrebbe congiunto a me. Iniziai a fare luce, per indicargli la mia posizione e quando mi raggiunse, la mia luminosità mutò. James mi trasformò, nel giorno del suo ventunesimo compleanno, in qualcosa che anche dalla terra avrebbero potuto vedere. Dal 15 novembre, qualora la sua famiglia avesse guardato verso l’alto, avrebbe visto la nuova anima di loro figlio col nome di Regolo: fusione tra la luce del suo amore, mescolato con la forza del mio coraggio.

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